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Vecchio 18-12-2011, 11:04   #1
trottalemme
Mukkista doc
 
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predefinito La fuga del granchio

Viaggiando come facciamo tutti noi, si fanno molti incontri: alcuni sono memorabili ed altri insignificanti; ogni tanto, qualche incontro diventa speciale perché enigmatico e allora può capitare di costruirci sopra dei pensieri, magari delle storie. Dall'incontro con un granchio in un vicolo di Comacchio è nata la storia che segue.

Lo scorsi, ancora lontano, quando svoltammo nel vicolo. Procedeva affannato sulle pietre lucide, cinque passi da un lato e cinque dall’altro, regolare come un metronomo. Sembrava avere una meta, forse il canale di cui lasciavamo le fondamente. L’andatura suggeriva una urgenza comprensibile solo con l’incongruità del luogo. Non v’erano infatti nei paraggi arte da pesca, reti, nasse, che lo avessero potuto trasportare clandestinamente fin lì.
Qualche passo ancora e rallentai per osservarlo passarci accanto. Aveva avvertito la nostra presenza ed ora appariva più incerto, quasi allarmato. Occhi ed antenne roteavano freneticamente per cogliere quante più informazioni possibile sulle presenze che avvertiva, ma che gli sfuggivano. Alzò le chele pinzando l’aria e si appiattì un attimo nella fossa fra due pietre spaccate per ripartire subito dopo.
Dietro di noi erano entrati nel vicolo anche tre bambini che vociavano, si spintonavano e calciavano i muri per stemperare la noia. Lo avevano visto anche loro, ma intimiditi dalla nostra presenza, si davano l’un l’altro grandi colpi nei fianchi indicando il granchio che proseguiva la sua corsa sghemba.
Appena ci fummo allontanati abbastanza, gli saltarono addosso urlando. Si disposero a cerchio e gli si accoccolarono intorno. Per un po’ rimasero fermi ad osservare i passi esitanti e circolari della bestia che si vedeva bloccata la via da ogni lato e le sue chele protese ed aperte; avevano paura anche loro. Poi, uno, il più intraprendente, estrasse di tasca una matita e cominciò a dare dei colpetti sulla corazza, dietro gli occhi neri. Il granchio fendeva l’aria con le chele che sbatacchiavano, ma rimaneva immobile. Inorgoglito dai mugolii di ammirazione dei compagni, quello della matita, la mise davanti al granchio che la arpionò e non la mollava. Con un urlo di esultanza, il bambino alzò matita e granchio esibendosi in una danza barbara. Il granchio mollò la presa e cadde pesantemente a terra sulla schiena, le zampe uncinate disperatamente vorticanti.
I bambini non si erano accorti che mi ero avvicinato ad osservarli. Li giudicavo più stupidi che cattivi, ma non per questo meno crudeli ed intervenii con un passo avanti e una voce: “che fate?”.
I bambini si fermarono, paralizzati dal mio latrato e dalla coscienza del male che stavano facendo. Uno dei tre tentò una risposta sfrontata, ma fu subito zittito da un altro che biascicò qualcosa. Girarono sui tacchi e se ne andarono nella direzione da cui erano venuti, voltandosi dopo qualche passo con una battuta a mezza voce per ristabilire l’onore perduto e correndo via subito dopo fra grandi spintoni e strepiti.
Abbassai lo sguardo. Il granchio era ancora lì, sulla schiena, incapace di trovare un punto di appoggio che gli permettesse di togliersi da quella scomoda posizione, ma non ancora domo.
Cercando di evitare le chele, lo presi fra due dita e lo girai posandolo delicatamente a terra sulle sue zampe. Il corpo corazzato sembrava tremare di paura e di tensione. Si immobilizzò di fronte a me, gli occhi sbarrati nei miei, le chele abbassate. Continuava a fissarmi come se mi riconoscesse e riconoscesse il mio gesto solidale. Non so quanto tempo restammo lì, ma so che l’incantesimo improvvisamente si ruppe: mosse gli occhi e allungò le zampe lentamente, riprendendo la marcia verso il canale, cinque passi da un lato e cinque dall’altro, regolare come un metronomo. So anche cosa ruppe l’incanto: le strida di un crocchio di gabbiani che poco lontano si disputavano la spoglia di un pesce sulla fondamenta.
Non mi chiese nulla e nemmeno lo poteva fare. Credo non sapesse che avrei potuto aiutarlo ancora. Mi posi al suo fianco e lentamente lo accompagnai verso l’acqua. Ogni tanto e senza un motivo apparente, deviava ora a destra ora a sinistra; si fermava, esplorava l’aria con le antenne e roteava gli occhi neri. La mia ombra ora non lo intimidiva e qualche volta dovevo deviare il passo già cominciato per non colpirlo quando scartava all’improvviso nella mia direzione. Passammo accanto ai gabbiani che, se videro il granchio, non diedero cenno di interesse per lui e finalmente arrivammo alla riva. Il suo tuffo fu più una caduta che un gesto atletico: prima era lì e subito dopo non c’era più. Attesi un po’ sperando che tornasse in superficie, ma inutilmente.
Probabilmente era salito nel vicolo da uno scarico delle acque piovane collegato al canale, ma perché non era tornato nel suo mondo ctonio dalla stessa via, certa e sicura? Perché aveva deciso di affrontare il vicolo ed i rischi che esso comportava? La sua non era una migrazione come quella dei granchi rossi di Christmas Island che si muovono a milioni tutti assieme là, verso dicembre, quando è stagione delle piogge. La sua passeggiata, per le modalità che ho raccontato, sembrava una fuga ed era senza ombra di dubbio un atto individuale che rompeva ogni gerarchia.
Mi piace pensare che fosse un irrequieto, che avesse bisogno di evadere, di inseguire una fantasia e la curiosità, come fanno i marinai e i sognatori.
Come fa l’uomo da quando ha ricordo di sé stesso e lo ammassa nella memoria collettiva che chiamiamo “cultura”.

Qui la foto del granchio in fuga.
__________________
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