Quanti modi ci sono per scandagliare lo scorrere del tempo?
Marcel Proust ci ricorda che il passato si nasconde in un oggetto materiale che noi non supponiamo, fuori del campo della nostra intelligenza e del suo raggio d’azione. Vuole il caso che incontriamo quest’oggetto prima di morire, o che non lo incontriamo mai. Il passato non è la storia, non è racconto; è saldatura di ciò che è stato e di ciò che è. È consapevolezza che emoziona, che rivitalizza il ricordo e lancia promesse nel futuro.
A questo pensavo l’altro ieri mentre passeggiavo nel bosco con Maria Grazia, la mia compagna di vita, e con Ester, la piccina di casa coi suoi ventitré anni, lungo un sentiero innevato verso Bad Siess sull’Altopiano del Renon.
È stato l’incontro con un larice spoglio in mezzo alla radura a sollevare il sipario. L’albero se ne stava lì, rosso di corteccia e di aghi secchi, sullo sfondo di neri pini che oscuravano l’orizzonte. Senza pensarci, ho chiesto “Che albero è, Ester?” E per un momento avevamo entrambi vent’anni di meno , io orgoglioso di indicare il mondo a mia figlia e lei compiaciuta di compiacermi. È durato poco, ma sono sicuro di non averlo fatto da solo quel viaggio nel tempo.
Poi, abbiamo incrociato una mandria di cavalli avelignesi che scorrazzavano e si rotolavano nella neve come bambini al mare. I più ardimentosi si avvicinavano timidi e scartavano rumorosi appena ci muovevamo fra gli alberi; altri sostavano immobili apparentemente indifferenti ruotando la testa sul collo per non perderci di vista; i più brucavano indifferenti le eriche, ma bastava un passo perché si spostassero di un braccio a riprendere la piluccatura.
Lontano, al di là della Valle dell’Isarco, ci osservavano Sassolungo e Sassopiatto, Scilliar, Catinaccio e Latemar. Risplendevano nella neve e mi chiamavano come vecchi amici con i quali si sono passate avventure formidabili, rivedendo i quali non puoi che sorridere pensando a quanto è bella la vita e sperare che non passi troppo presto.
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