Il cielo si copre, il sole cala e il serbatoio della benzina a metà ci dice di iniziare a preoccuparci del ritorno. Grazie al passaparola tra motociclisti riusciamo a comprare un po’ di benzina nel retrobottega di un noleggio, dal momento che il benzinaio, reduce dal capodanno, aveva chiuso la sua baracca con un “tutto esaurito”. Voltiamo le spalle al deserto e facciamo rotta verso Douz.
La guida che ho portato con me è un vecchio cimelio degli anni 70, in cui Douz è descritta come una sperduta oasi nel deserto, senza strade asfaltate, percorribile solo con cammelli o mezzi fuoristrada.
Arrivamo in questa città, che oggi ha un quartiere intero allestito ad alberghi turistici, dove incontriamo Claudio, il bmwista del traghetto che ci racconta il suo rocambolesco capodanno al secondo piano di un negozio di calzature.
Douz, negli anni ’70, era famosa per il suo mercato frequentato da giovani Touareg che vi arrivavano in cammello, ed era possibile fare il bagno in alcuni stabilimenti balneari oggi scomparsi. Inutile dire che la moglie e il Claudio, confrontando la realtà con quanto sopra, gettano via la mia preziosa guida.
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Un Tunisino in un bar ci spiega che i governi di Bourguiba e poi di Ben Ali hanno portato sviluppo e progresso in queste regioni. Strade, acquedotti, ospedali hanno trasformato gli accampamenti nomadi di un tempo in centri turistici. L’economia di queste oasi era principalmente basata sulle palme da dattero, coltivate grazie al prezioso mestiere degli “impalmatori”, coloro cioè, che fecondano le palme femmine con il polline delle palme maschio. L’acqua necessaria a irrigare queste piantagioni è in parte sottratta ai pozzi artesiani dalle strutture turistiche, riducendo notevolmente il terreno fertile.
Quest’area raccoglie l’acqua di molte sorgenti limitrofe, ma la mancanza di sbocchi sul mare ha portato l’acqua a diventare prima salmastra e poi salata, lasciando sul terreno una depressione grande oltre 5000km2 chiamata Chott El Jerid. Quello che si vede oggi è una distesa senza soluzioni di continuità su cui il bianco incontra il cielo solo all’orizzonte.
Moto come astronavi e vestiti come tute spaziali portano noi e Claudio in mezzo a questo paesaggio lunare dove è impossibile orientarsi. A 2 km dalla strada scorgiamo la carcassa del celebre pullman abbandonato. Non ha molto senso fargli visita, ma esercita un’attrazione indescrivibile e la foto di rito è d’obbligo.
Raggiungiamo Touzer, dove ci fermiamo per un tè, sotto un porticato ricamato da mattoni che disegnano motivi geometrici e floreali lungo le pareti dei negozi e delle porte.
Da Touzer una tappa obbligatoria è Ong Jmel. Si tratta in realtà di un set cinematografico, il celebre porto stellare di Tatooine utilizzato da George Lucas per i suoi Star Wars, situato ai confini con il più piccolo Chott el Garsa.
Ci sono due strade che ci arrivano: una breve ed asfaltata che passa per Nefta, e un’altra più lunga che attravesa il chott partendo da Touzer. Senza volerlo (ma va’), finiamo su quest’ultima. La pista ha un fondo solido, solo un po’ di sabbia all’inizio ma non rappresenta un problema. Il vento ha scolpito dei curiosi blocchi nella sabbia fossile, mentre le sospensioni sono messe alla prova ogni tanto dal Tol Ondule.
Il monoammortizzare after market fa egregiamente il suo dovere: con un maggiore precarico, posso mantenere escursione anche con valige e passeggero. La regolazione del ritorno più veloce mi permette di affrontare queste onde nel terreno a 60km/h senza percepire alcuna vibrazione.
Passiamo numerosi bivi, e costeggiamo un promontorio che usiamo per orientarci, ma della fine della pista neanche l’ombra. Senza GPS e completamente soli, in un luogo che credevamo fosse turistico, decidiamo, non senza qualche resistenza, ma saggiamente, di tornare indietro e raggiungere il villaggio attraverso la più sicura strada asfaltata.
Vaporatori che spuntano dal terreno insieme a cammelli e altri avventori del porto spaziale fanno da sfondo alle nostre foto e ci intrattengono per tutto il pomeriggio. Come un Jedi, sento la forza scorrere in me, fino a quando la moglie, sedotta dal lato oscuro, mi esorta a tornare in albergo, ponendo fine alla lotta al malvagio impero galattico.
Con un taxi giriamo la città di Touzer, alla ricerca di un ristorante indicato da un amico che in realtà era in un’altra città. Il tassametro è spento. Chiediamo di andare in centro e pensiamo che ci spenneranno, ma la richiesta di 4 dinari, circa 2 euro, mette a tacere i nostri pregiudizi.
Una cena tunisina inizia sempre con pane e Harissa, una specie di salsa piccante in olio d’oliva. Di solito prosegue con la zuppa speziata di pomodoro o il brik, un’involtino di pasta sottile fritto, ripieno di uovo e tonno, entrambi ghiottissimi. Infine io addento un pennutto o un ovino mentre l’erbivora un ottimo cous cous.
L’indomani ritroviamo Claudio e partiamo verso le montagne. Metaloui è al bivio per la pista che vogliamo percorrere. Lungo la strada, un simpatico fastfood in stile tunisino ci invita a fermarci per il pranzo. Mi propongono carne arrosto, ma ci vuole un po’ di coraggio, non di rado infatti, gli animali aspettano ancora vivi il loro turno di essere mangiati. L’atteggiamento vegetomaniaco antisociale della passeggiare non mi facilita l’integrazione con gli usi e costumi locali che, salvo queste scene raccapriccianti, non disdegno affatto.
Metaloui è una piccola città che dal 1900, grazie ai Francesi, è diventata un importante centro minerario. A poca distanza da qui ci sono cave di fosfati, unico motore economico della regione. I risultati truccati di un concorso di assunzione nel 2008 trasformano il malcontento dei disoccupati della zona in una violenta rivolta repressa dalla polizia che non basterà a sedarla. La maledizione dei fosfati, come chiamata in un film, sembra non essere ancora finita. Sotto la cenere covano ancora rabbia e frustrazione, nonostante la nuova campagna di assunzioni, questa gente non sembra prosperare con i 120 euro al mese che gli passa la compagnia.