Ci fermiamo a Mahdia, una meravigliosa località balneare con un passato fenicio, ma con una storia burrascosa di lotte e occupazioni durate fino all’arrivo degli Ottomani, quando il commercio trovò la giusta stabilità per far rifiorire il porto. Passando vicino alla grande moschea, ci raccontano che durante la seconda guerra mondiale, in questa città furono nascosti dai Mussulmani numerosi Ebrei per sfuggire ai campi nazisti. Gli investimenti fatti la hanno trasformata in un centro turistico, valorizza ndo la sua meravigliosa spiaggia bianca, puntellata di ombrelloni. I prezzi modici la rendono una meta molto appetibile per gli Europei.
Il tempo non migliora. Piove e il vento teso dura tutta la notte. La mattina dopo è il 31 dicembre. Nella tabella di marcia dobbiamo arrivare a Matmata, nel profondo sud, 400 km oltre le montagne. Non siamo molto attrezzati per il freddo e il morale è basso. Mi sento in colpa per aver promesso il caldo a mia moglie.
Il concierge dell’albergo risponde alla mia richiesta di indicazioni con una sequela di catastrofi che ci sarebbero capitate una volta partiti. A suo dire, ci sarebbero volute 20 ore per raggiungere la nostra destinazione, sempre se la polizia ci avesse fatto passare e se frane, allagamenti e valanghe non ci avessero travolto. Riesce a spaventarci. Chiediamo di poter rimanere in albergo. <> è la risposta. Inutile perdersi in chiacchiere, sono le 10, ci mettiamo le antipioggia, prendiamo coraggio e partiamo.
Lasciamo Mahdia negli specchietti retrovisori, mentre il forte vento sta spazzando via le nuvole. Arriviamo a Matmata con il sole del primo pomeriggio.
Come in ogni viaggio, c’è sempre qualcuno che mette davanti a tutto problemi inesistenti. Per fortuna non c’era posto in albergo, altrimenti avremmo perso l’opportunità di sbugiardarlo! Il percorso è stato un po’ movimentato, ma la strada era semplice e le indicazioni chiare. Con l’aiuto del GPS e di un ragazzo in motorino troviamo facilmente il nostro nuovo albergo.
La sabbia compattissima in cui i Berberi, ancora avvolti nel tipico burnus, scavano le loro case rende incredibilmente suggestive le curve tra le rocce. Per pochi dinari si lasciano fotografare, sono simpatici e accomodanti, e chiacchierarci con il nostro improbabile francese è piacevole.
Questi nomadi del Maghreb sono stati respinti, scacciati, convertiti e assoggettati da tutti quelli che si sono avvicendati sulle sue coste. Fenici, Romani, Bizantini, Barbari, Arabi, Ottomani, Inglesi, Francesi, Italiani, insomma tutti. La cosa più lontana dalla mia immaginazione era quella di scoprire che, con i loro usi e costumi, sono vivi e vegeti e lottano per difendere la loro identità da un’economia che li opprime. A Matmata, capodanno é una festività molto sentita. Festeggiamo con un complessino che musica le tradizioni di questo popolo, raccontando le vicende amorose di spose e amanti. Il giorno dopo ci aspetta il deserto, siamo emozionati, siamo felici. Il nostro 2015 è iniziato così.