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Vecchio 30-10-2023, 19:11   #46
Massimo
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GIORNO 09 – 22 AGOSTO 2023
Khanbogd Tourist Camp - Dalanzadgad (111 km in moto)



La giornata di oggi è tutta dedicata all’esplorazione dello Yolyn Am Canyon, che si trova giusto a due passi, per cui non abbiamo nessuna fretta, dato che la strada è poca e stasera ci attenderà finalmente un hotel con bagno in camera.

L’idea è quella di percorrere queste famose gole, che, ai margini del deserto del Gobi, sono percorse da un torrente. Non vorremo tuttavia fare la puntata classica che fanno un po’ tutti, nel senso che vanno e vengono dalla stessa strada: abbiamo in mente di seguire un tracciato ad anello, che però, da quel che ho intuito, in pochi fanno, raramente i tour organizzati perché, come poi vedremo - in un paio di punti - gli Uaz credo non passino proprio.

Torniamo alla strada asfaltata di ieri, la attraversiamo e prendiamo una pista che punta, a sud, diretta alle montagne di roccia scura. Il tracciato risale una stretta valletta incastonata tra le pietre. Saliamo decisi per 400 metri di dislivello con alcuni saliscendi. L’ambiente è piuttosto opprimente e ci sentiamo sovrastati dalle rocce incombenti.

Arriviamo ad un bivio fondamentale: a sinistra ci attendono le gole vere e proprie dove la pista finisce in un sentiero percorribile solo a piedi, mentre a destra, in teoria (ma anche in pratica) si può tornare facendo il giro completo.

Via, dunque, sparati a sinistra fin dove la strada finisce in un comodo parcheggio, dove ci sono un paio di chioschi di souvenir e un gruppo di ronzini in attesa di clienti. Per la modica cifra di 15 euro noleggiamo due destrieri, pardon ronzini, e una guida mongola su ulteriore ronzino.

Il cavallo consente in una mezz’ora di percorrere il tragitto che, a piedi, richiederebbe invece un paio d’ore. Sia chiaro: non è un’avventura, ma una cosa da turisti, però l’idea di provare il cavallo ci attira e quindi saliamo in sella.

‘Ste povere bestie, costrette controvoglia a fare per tutta la vita lo stesso percorso avanti e indietro, ci fanno pena, perché non ne avrebbero nessuna voglia. E lo si capisce benissimo dal fatto che la guida le tira costantemente per il morso. Ma questi ci hanno dato e questi ci teniamo.

Il canyon parte piuttosto largo. Gli yak brucano la rara erba sentendosi fortunati rispetto ai cavalli che, l’erba, la possono solo guardare.



Io sono parecchio impacciato, nonostante la sella sia comoda, e pure un po’ perplesso perché ‘ste povere bestie non mi convincono del tutto: se non fossero legate al capo gita, di sicuro ci disarcionerebbero perché sono piuttosto scazzate.







Soffrono poi di meteorismo, e quella di Alberto pure di incontinenza.



Più avanti il sentiero si fa veramente stretto e io vorrei tanto proseguire a piedi, ma il giamburrasca che guida la carovana non fa una piega e prosegue ugualmente, seguito dai quadrupedi obbedienti.

Finalmente decide che non si può più proseguire (e ti credo perché ci vorrebbe la moto da trial). Quindi ormeggiamo i cavalli che tirano un sospiro di sollievo.







I cavalli che abbiamo visto fino ad ora sono tutti piuttosto piccoletti, una via di mezzo tra un pony e un cavallo di taglia normale. Non me ne intendo, ma credo che siano proprio di marca fatti così. Comunque sanno galoppare e dicono che siano anche robusti.

Bene. Finalmente si prosegue a piedi. Il canyon è suggestivo. C’è pure un rigagnolo d’acqua. Più avanti lo spazio diminuisce fino ad un restringimento evidente. In realtà il canyon e il torrentello proseguono oltre, ma bisogna scendere per facili rocce e proseguire.













Si potrebbe anche fare perché di tempo ne abbiamo, ma il capoclasse viene a recuperarci con il suo destriero. E’ ora di tornare.



In una mezzora siamo di nuovo al parcheggio e in breve torniamo al fondamentale bivio. Teniamo la sinistra e imbocchiamo una pista che dovrebbe portarci ad un altro canyon, con un suggestivo restringimento, dove gli Uaz, secondo me, arrivano solo dall’altra direzione e poi tornano. Noi invece vogliamo percorrerlo tutto.

Il canyon in cui ci siamo infilati corre grosso modo in direzione est-ovest. Noi veniamo da est e siamo diretti a ovest. I tour organizzati invece, solitamente, entrano ed escono da ovest fino al fotogenico restringimento in questione, perché oltre non passano, almeno nelle condizioni che abbiamo incontrato noi. E infatti non abbiamo visto nessuno passare il punto fatidico.

La pista non è semplicissima e presenta alcuni salti, anche rocciosi, stretti e parecchio sconnessi. In un paio di punti passa appena una moto, e non solo in larghezza ma anche in altezza, nel senso che qualsiasi veicolo si pianterebbe di muso. Il punto più delicato è costituito da una salita molto ripida di terra instabile con solchi profondi. Si tratta di una cinquantina di metri, ma parecchio in piedi, talmente in piedi che la moto lanciata in prima a gas spalancato e di slancio ne esce a fatica per la poca potenza a disposizione. Alberto comunque riesce, mentre io mi incastro in uno dei solchi e mi pianto. Da buon samaritano pensa lui a togliermi di impaccio. Sono sfigato, lo so. Compatitemi.

Il canyon comincia a stringersi. Arriviamo al punto più fotogenico. Qui troviamo un fenomeno che ha provato a passare oltre con una Toyota Prius. Passare è passato, ma ha bucato nel bel mezzo del torrente.





Ben gli sta. Possibile che la gente debba per forza andare dove non si può? Comunque poco più avanti avrebbe dovuto in ogni caso tornare indietro per forza per i motivi di cui sopra… e pure in retromarcia perché non c’è spazio per girarsi.

Entriamo nella gola e passiamo il punto topico. Ovviamente per le moto c’è spazio in abbondanza. Il posto è davvero bello.





Oltre il collo di bottiglia, il canyon incomincia gradualmente ad aprirsi. Il fondo qui è tutta ghiaia ovviamente, dato che siamo nel greto del torrente.







La pista principale proseguirebbe verso ovest in campo aperto, bella comoda, ma noi decidiamo di complicarci la vita. Sì perché avevamo in mente di chiudere l’anello delle gole. Così prendiamo un’altra pista in direzione nord, che, dopo un breve tratto evidente, si fa ben presto poco marcata.







Ci troviamo di fronte ad un’altra salita assai ripida in terra mossa. Questa volta però, ascolto gli insegnamenti di Alberto, e riesco a superarla. La pista inizia a salire decisa per guadagnare un pianoro sopraelevato. In lontananza vediamo la strada asfaltata che dovremmo raggiungere, solo che non sappiamo come.

In pratica ci troviamo a guidare su terreno libero. Facciamo vari tentativi a vuoto. Finiamo sopra uno strapiombo sopra un torrente in secca. Dietro front. Proviamo a seguire un’altra direzione ma ci troviamo sul bordo di un altro salto, da cui non riusciremo poi a tornare indietro. Proviamo e riproviamo in ogni direzione. In realtà ci stiamo divertendo un sacco, perché la guida libera, quella di ricerca pura, ha sempre il suo fascino. Ci siamo, in poche parole, persi, ma non siamo preoccupati, perché in lontananza vediamo l’asfalto: il problema è come raggiungerlo. Poco male, alla peggio torneremo indietro. Siamo super rilassati. Alla fine, prova e riprova, finiamo dentro il greto asciutto di un fiume, con sassi grossi e poco divertenti, oltre il quale guadagniamo finalmente l’asfalto.

E’ stato il pezzo più appagante della giornata: la guida fuori pista non ha paragoni, fidatevi.

Ora non ci rimangono che 50 km di asfalto veramente perfetto fino a Dalanzadgad. Per prima cosa cerchiamo una banca perché siamo di nuovo a secco. Solita trafila e solito malloppo di carta in mano. Poi puntiamo al miglior albergo della città: il Khan Uul Hotel & Suite, dove più tardi arriveranno anche i tre olandesi senza patente che abbiamo conosciuto nel Gobi. Ci danno una superior per 23 euri. Qualche problema per quanto riguarda l’acqua calda, ma i letti sono confortevoli e le moto al sicuro in garage.



La cittadina non è un granché: un doppio viale alberato decadente e poco più. In poche parole è un mortorio. Brutta come poche. E parliamo con cognizione di causa, perché l’abbiamo girata in lungo e in largo alla ricerca di un ristorante.

Alla fine non ci resta che il Khishig Zoog Pub & Restaurant, che però non troviamo subito, perché se ne sta imboscato al quinto piano di questo anonimo condominio.



E’ già buio. Le luci delle scale non funzionano, così come l’ascensore. Quindi ci facciamo il tour panoramico: al primo piano c’è un ambulatorio medico, al secondo c’è un’assicurazione, al terzo un altro ambulatorio e al quarto un ufficio di non so che cosa. Sebbene siano le nove di sera, le porte sono tutte aperte anche se dentro non c’è nessuno.

Il ristorante al quinto piano è quasi vuoto. Le tovaglie sono sporche e incrostate ma il menu è invitante, talmente invitante che quasi tutto quello che propone non è disponibile, così finisco per ordinare la mia seconda pizza mongola.

Google traduttore corre in aiuto… moderatamente in aiuto perché mi preoccupa l’enigma della parte chiamata “pizza mista”. Non capisco cos’è ma la ordino fiducioso. Non vi dirò mai com’era.





Il top però sono i vini, sui quali non c’è molto da aggiungere. Voliamo bassi e ci dirottiamo su una rassicurante birra.



Stiamo meditando su come gestire i prossimi tre giorni a disposizione per rientrare a Ulan Bator. In effetti siamo un po’ stanchi, e anche appagati di come è andato sinora il viaggio. Saremmo anche a posto di piste, sabbia e soprattutto toulé ondulé. Ci frulla l’idea di accorciare il rientro e dedicare un giorno in più alla capitale.

Ci penseremo domani, ora dobbiamo cercare di digerire…

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Massimo Adami
BMW F800GS Adventure
YAMAHA XT600E

Ultima modifica di Massimo; 30-10-2023 a 19:23
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